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Carbone

1,25% del mix elettrico italiano nel 2025, in dismissione. La proroga al 2038 è legge, ma gli impianti continentali sono fermi e senza autorizzazione ambientale.

Quote CO₂: 37–60% del prezzo all'ingrosso 33–45% del combustibile in elettricità 862,4 gCO₂/kWh · media nazionale 213,8 2 impianti su 4 operativi
Aggiornato: luglio 2026 Fonti: GSE · Terna · MASE · ISPRA · IEA
Blocco 1 — In parole semplici

Il fossile più inquinante — quasi uscito dal sistema italiano

Quota nel mix 2025
1,25%
2,9 TWh (GSE Fuel Mix 2025) · −13,5% sul 2024, misurato sulla produzione (Terna)
Produzione 2025
1,1%
2,9 TWh (Terna) — solo Sardegna. La percentuale differisce dall'1,25% qui accanto perché è calcolata sulla produzione nazionale netta (268 TWh) e non sull'energia immessa in rete (233 TWh): stessa energia, basi di calcolo diverse.
Emissioni combustione
862,4
gCO₂/kWh, produzione lorda (ISPRA 2026). Media nazionale 2025: 213,8
Phase-out previsto
2038
Legge 49 del 10 aprile 2026 (proroga dal 2025)
💰 Costo 43–69 €/MWh di sole quote CO₂, con il sistema ETS europeo a 50–80 €/tCO₂. Il prezzo all'ingrosso medio 2025 è stato 115,9 €/MWh: le quote da sole ne coprono il 37–60%, prima del combustibile e della manutenzione degli impianti.
⚡ Efficienza 33–45% dell'energia contenuta nel combustibile diventa elettricità; il resto si disperde come calore. Servono ore per accendere o spegnere un impianto.
🌿 Sostenibilità 862,4 gCO₂/kWh Ogni kilowattora bruciato mette in atmosfera 862 grammi di anidride carbonica (ISPRA 2026, produzione lorda). La media di tutta la produzione elettrica italiana nel 2025 è stata 213,8 gCO₂/kWh. Oltre alla CO₂: particolato, SO₂, NOₓ e mercurio.
🏭 Stato in Italia 2 impianti su 4 operativi, entrambi in Sardegna (Sulcis e Fiume Santo), come servizio essenziale. Gli impianti continentali (Brindisi, Civitavecchia) sono fermi e senza autorizzazione ambientale dal 1° gennaio 2026. La Legge 49/2026 ha prorogato il phase-out al 2038 — ma è una norma abilitante, non un obbligo di produzione.
Blocco 2

Per chi vuole approfondire

Lo stato reale degli impianti italiani a carbone

L'Italia ha quattro centrali a carbone. La situazione al luglio 2026 è molto diversa da quella che la proroga al 2038 potrebbe far immaginare:

ImpiantoPotenzaStatoNote
Brindisi Sud (ENEL, Puglia) 2.640 MW FERMA Ferma dal 2024. Produzione 2025: 0 TWh.
Torrevaldaliga Nord (ENEL, Civitavecchia) 1.980 MW FERMA AIA (Autorizzazione Integrata Ambientale) scaduta il 1° gennaio 2026. Produzione 2025: 0 TWh. Non operabile senza nuova autorizzazione — iter che dura anni.
Sulcis-Portovesme (Sardegna) 240 MW OPERATIVA Servizio essenziale per la Sardegna. Proroga Terna fino al 2027. Produce quasi tutto il carbone residuo italiano.
Fiume Santo (EP Produzione, Sardegna) 560 MW OPERATIVA Servizio essenziale per la Sardegna. Proroga Terna fino al 2028.
⚠️ La proroga al 2038: cosa significa davvero

La Legge 49 del 10 aprile 2026 (conversione del DL Bollette) ha spostato il phase-out del carbone dal 2025 al 2038. Questa è una norma abilitante — fissa un termine ultimo di operatività, non un obbligo o una previsione di utilizzo continuativo.

Gli impianti continentali (Brindisi e Civitavecchia) non possono oggi essere riavviati senza nuove autorizzazioni ambientali — un iter che richiederebbe anni di procedimenti amministrativi. La "riserva strategica" è reale solo sulla carta per gli impianti continentali.

Le motivazioni ufficiali della proroga: sicurezza del sistema elettrico in caso di emergenza, e specificità della Sardegna (non collegata adeguatamente alla rete continentale). Le critiche (ECCO, QualEnergia): gli impianti continentali non sono operabili, la proroga ha un costo reputazionale per l'Italia senza benefici reali di sicurezza.

Il sistema ETS e il costo del carbone

Il sistema ETS europeo (Emission Trading System — sistema di scambio delle quote di emissione) obbliga i produttori di energia a pagare per ogni tonnellata di CO₂ emessa. Con prezzi ETS tra 50 e 80 €/tCO₂, e con il carbone che emette 862,4 gCO₂/kWh (ISPRA 2026, produzione lorda), il solo costo delle quote ETS aggiunge 43–69 €/MWh al costo di produzione da carbone.

Questo è il principale motivo per cui il carbone è uscito dal mercato europeo nella maggior parte dei paesi: non per una scelta ideologica, ma perché il mercato lo ha reso non competitivo rispetto al gas e alle rinnovabili nella maggior parte delle condizioni operative.

Blocco 3

Si dice / I dati dicono

Si dice...I dati dicono...
"Il carbone serve come riserva strategica per garantire la sicurezza del sistema" La motivazione è parzialmente valida per la Sardegna, che non ha connessioni elettriche adeguate con il continente. Per gli impianti continentali (Brindisi, Civitavecchia) la "riserva strategica" è teorica: sono fermi, senza AIA, e non potrebbero essere riavviati se non dopo anni di iter autorizzativi. La sicurezza del sistema continentale viene garantita da altre fonti (gas, pompaggio, interconnessioni europee).
"La proroga al 2038 significa che l'Italia userà il carbone per altri 12 anni" Non necessariamente: la norma permette di usarli, non obbliga. Gli impianti continentali non sono oggi operabili senza nuove AIA. In pratica, l'unica produzione reale di carbone in Italia nel 2025 è venuta dalla Sardegna (2,9 TWh totali). La proroga è una "assicurazione" normativa, non un piano produttivo.
"Il carbone pulito (con cattura della CO₂) è la soluzione" La cattura e stoccaggio del carbonio (CCS) applicata al carbone è tecnicamente possibile ma non economicamente competitiva agli attuali livelli di costo. Nessun impianto commerciale con CCS su carbone è operativo in Europa. L'IEA segnala che il CCS sul carbone non gioca un ruolo rilevante negli scenari net zero al 2050 — i costi restano troppo alti rispetto alle alternative.
"Il carbone italiano è già stato eliminato" Dipende da cosa si intende: nella norma, il phase-out è stato prorogato al 2038 (falso che sia eliminato). Nella pratica degli impianti continentali, sono fermi e non operabili (vero che sono usciti dal mercato). Per la Sardegna, il carbone è ancora operativo come servizio essenziale (né eliminato né in dismissione immediata). Le tre affermazioni sono tutte vere contemporaneamente — per motivi diversi.
Blocco 4

Il percorso verso la dismissione

Per questa scheda il Blocco 4 non riguarda "innovazioni in arrivo" ma il percorso verso la dismissione definitiva degli impianti — l'unico scenario coerente con gli obiettivi climatici.

Per gli impianti continentali (Brindisi, Civitavecchia): la dismissione è già di fatto avvenuta. Il percorso formale richiede la procedura di decommissioning, la bonifica del sito e la gestione delle ceneri di carbone già accumulate.

Per la Sardegna: il problema è più complesso. La Sardegna non ha connessioni elettriche adeguate con il continente — il cavo Sapei (Sardegna–Lazio) ha capacità limitata. Finché non sarà potenziata l'interconnessione o non ci saranno sufficienti fonti rinnovabili e accumuli locali, le centrali a carbone sarde restano un servizio essenziale difficilmente sostituibile nel breve termine. Il PNIEC 2024 (Piano Nazionale Integrato per l'Energia e il Clima) prevede il potenziamento del cavo Tirso entro il 2030.

Il costo del decommissioning: smantellare una centrale a carbone ha costi significativi — stimati in centinaia di milioni di euro per ciascuno degli impianti maggiori. Chi paga (l'operatore, lo Stato, i consumatori) è parte del negoziato sul phase-out. La Finlandia ha usato fondi ETS per finanziare il decommissioning anticipato dei suoi impianti.

Fonte: MASE, PNIEC 2024 → · Terna, Statistiche 2025 →

Fonti principali di questa scheda

GSE — Fuel Mix 2025 (quota carbone nel mix: 1,25% / 2,9 TWh)
Terna — Statistiche di sistema 2025 (produzione 2025: 2,9 TWh)
Legge 49 del 10 aprile 2026 (proroga phase-out carbone al 2038)